Ti cerco.
Laddove il vento insegue il vento,
il cielo increspa e l’anima scompiglia.
Di tanto in tanto,
altissima, tu
sfilacci le nubi
ed improvvisi un incanto.
Donando null’altro
che un latrato di cani.
E forse, lontano,
un venir di sirena.
Ti cerco.
Laddove il vento insegue il vento,
il cielo increspa e l’anima scompiglia.
Di tanto in tanto,
altissima, tu
sfilacci le nubi
ed improvvisi un incanto.
Donando null’altro
che un latrato di cani.
E forse, lontano,
un venir di sirena.
Quando il deserto diventa palude
e tutto s’intride
di coriandoli melmosi,
quando il mondo annega
e nel fango imputridisce,
posso farmi rana,
balzare in aria,
evolvere a gabbiano
e ad albatro gigante.
Ma volare alti,
suggerisce il poeta,
è un deserto nuovo.
L’arido dolore
di vivere, solo fra tanti.
Con la gioia appiccicata alle dita
non ci si lava le mani.
Con lo sguardo colmo di cielo
si aprono gli occhi,
si abbattono muri
e si accudiscono stelle.
Si raccoglie l’amore caduto
e lo si dona per strada.
Si fanno ponti
sino a far risorgere i sogni.
Con la gioia appiccicata alle dita
ci si lascia sporchi di gioia.
Senza alcuna pretesa.
Senza più parole.
Mi chiedi
cosa poi resista
al rumore del mondo
e ai suoi capelli bianchi,
al correre delle parole
sulla sua sdrucciola vanità.
Già sai che
le idee scivolano
sul ghiaccio delle stagioni
e che il cielo sereno
all'indomani tempesta.
Eppure, ancora chiedi
cosa poi resti,
dove permanga,
perenne, la gravità.
Forse in un po’ d’amore,
in una briciola di pane calda?
Forse, su tutto,
eterna la domanda:
cos'è, fosse mai,
la nostra verità?
Può darsi che tu non abbia mani
o che io non abbia guance.
Può darsi che tu non abbia corpo
o che io non abbia arti.
Eppure, esistono carezze,
esistono gli abbracci.
Così, quando rimane
soltanto il dolore,
continuo a cercare il polo
che incrocia l’equatore.