Pur di essere amato
ti sei fatto piccolo,
ti sei fatto grande,
sei rimasto zitto, muto,
sospeso, loquace,
amando anche tu,
amando di più
quello che solo speravi.
È così che quel nome improprio:
Amore,
t’incatena, delizia
e soprattutto ti manca.
Pur di essere amato
ti sei fatto piccolo,
ti sei fatto grande,
sei rimasto zitto, muto,
sospeso, loquace,
amando anche tu,
amando di più
quello che solo speravi.
È così che quel nome improprio:
Amore,
t’incatena, delizia
e soprattutto ti manca.
La pala sul soffitto
da tempo non conta
i giri fatti, gli agosti trascorsi
a guardare me,
i sudori lasciati ai miei peli,
fatti colla sul letto.
Ruota con un leggero lamento,
quasi d’asino per la soma,
per la fatica al suo vento
e non dice quel ch’io dico per lei:
il caldo d’agosto ci doma, sorella,
l’estate ci annoia,
ogni ora non ha un posto.
Se già ti chiedi cosa serva
un piattino sulla tazza,
un herpes sulla bocca,
quale che sia l’unico eterno
acceso d’ogni galassia,
il segno vivo dell’attimo
che un attimo ti lascia,
già t’avvicini, t’avvicini:
se il senso della vita non è folle
non è sempre una risposta.
È porsi, continua, una domanda.
Tra le cose belle del mondo
preferisco quelle che ho,
che non sono tutte
e che so di perdere.
Se anche non fossero,
per questo, sarebbero.
Cose preziose.
A differenza d’un libro,
quando sfogli la vita
fino all’ultima riga,
e da ingordo leggi
pure le note, i refusi,
la data di stampa,
e, ancora, riesamini il prezzo,
riguardi la dedica,
la tiratura, la carta ingiallita,
sai di una pagina dopo,
quella che il libro non ha.
Qualunque essa sia
in essa è scritto il tuo sogno.
E nessuno lo sa.
Tra sibili di missili,
brecce e spigoli di muri,
mentre il sangue
ancora coagula
e le sirene
singhiozzano a Dio,
qualcuno ancora si pettina,
un bimbo disegna il sole,
un asino porta ovunque la sorte.
S’aggrappa un ragno a un filo
dove la terra è melma
e l’ordine umano tace.
Solo più in là,
un cane latra che ha fame.
Ogni volta che una poesia
s’avvia con “ogni volta”
una parte di me si rivolta.
“Possibile – dice - che l’ovvio
prevalga sempre,
il banale galleggi ovunque
e il male fiorisca
fosca letteratura!”.
Come che sia
il naso si tura,
la fogna scorre
e le nuvole, in proprio,
stanno a distare.
Per ovvia ironia.
La notte mi regala da tempo
un millimetro di barba.
Tra un’apnea e un’altra, silente
prepara due sbadigli improvvisi,
cova, ridente,
uno sternuto d’evviva
per l’alba del mondo.
Al mattino, mi sorprendo
dei doni che ricevo:
la biologia del poco anticipa
quella larga e grassa,
grande e magnifica
Arrivò alla battigia, nervosa, sospirò,
distese le chiome, la pelle e i sogni
sulla sdraio arcobaleno
e mangiando estate e anguria,
salsedine, melone,
sorrise di nuovo amore.
“Nessuno – cantava sottovoce –
può capire la gioia
di tatuare l’anima col sole”.
La poesia scritta cogli alluci
sta vicina ai calli,
allergica a pollici e indici,
acumi accademici
e altari retorici.
Soffre forse
d’ipocrisie patetiche,
di facili critiche
ed espedienti antieroici,
ma come altre poesie
sa quanto dolore si nasconde
a piangere da soli.
E a essere ironici.
Saranno l’anticamera o il letto d’ospedale,
lo yogurt caldo di un’aria agostana,
l’eco perpetua delle cicale
o il sorriso perso d’ogni formica,
forse saranno loro a indisporre
o forse proprio non saranno.
Ma inviare tue foto a bordo piscina,
le brioches alla crema
al mio chiuso e alla mia minestrina,
non trova grazia,
non si intona alla mia vita.
Eppure, scopro io idiota,
che, oggi, posso amare gli idioti,
se gli idioti sono amici,
amici di prima.