Le nubi non hanno le ali.
Senza sforzo, stanno leggere
tra il sole e la tempesta,
sapendo di svanire,
sapendo di rinascere
in un codice eterno.
Le nubi non hanno le ali.
Le hanno date a me
quando spero d’esser cielo.
Le nubi non hanno le ali.
Senza sforzo, stanno leggere
tra il sole e la tempesta,
sapendo di svanire,
sapendo di rinascere
in un codice eterno.
Le nubi non hanno le ali.
Le hanno date a me
quando spero d’esser cielo.
Più in là della soglia,
alle parole resta il mistero,
lo sconosciuto impero delle cose
che la poesia creativa
cerca d’intendere.
Ma altre volte, invero,
al suo dire estremo
resta ultimo il fine
di non farsi capire,
vanesia voglia d’un Io
d’esser boria sublime.
Non so perché un milione di follower
insegua un camaleonte digitale,
con la lingua lunga di chi è senza verità
e pronuncia bolle di sapone di un credo vuoto.
Per il suo trasformare il milione in miliardi,
gli umani in robot e il potere in plauso
gli diventerò ostile, sarò il suo opposto.
Pur se l’albatros caduto non ha più cieli
e sbatte contro i satelliti in volo,
il suo coraggio non è morto.
A volte, coi muscoli acidi,
il fiato corto e la mente opaca,
il filo sul traguardo
più che colto è frainteso,
più che un’epica impresa
ricorda, sporco, una ragnatela,
un ostacolo nuovo
sulla strada intrapresa.
Forse è così, senza gloria,
che svaniscono i sogni:
per distrazione, incoscienza,
per vana sorpresa.
Ma solo così
l’ironia che ci abita
sa diventare luce,
salvezza e difesa.
Dalle nubi la valle
somiglia all’acqua che esonda:
muove, corre, si snoda,
brulica e si ferma
tra case e strade,
organismo inquieto, voce
di moltitudine d’esseri
fatti uno.
Ognuno con un cuore
per sé e per gli altri,
ognuno con una croce
che non sa portare,
che non sa a chi dare
e perché.
Che chiama vita.
Come che sia che un attimo si fa acido
e un altro dopo si fa miele,
cosa che sia la vita
che scorre su di un asfalto a buche
per scivolare quieta in una sdraio al sole,
senza mai dire nulla in merito
a quest’altalena oramai ottovolante,
a questo tocco di cielo per stare nella melma.
Senza preavviso, senza timone.
E senza di me.
Che frulli, frulli
nella testa degli uomini
e che assomigli a un ritornello,
all’illusione cantata,
- o all’ultimo grido -
di chi s’aggrappa
al solito ramo tagliato,
che sembri il patto invocato
da chi, per non gelare,
si scalda le unghie nella neve
pregando la vita d’esistere:
da tempo si sa, frulla e frulla,
e da tempo se ne discute.
La verità è l’elisir miracoloso
necessario a vivere
che non è mai in sé:
a volte diventa speranza
che la gravità perduri,
altre volte esige che uno sputo
sia un possibile mare.
E ritorna,
cantando nella storia
per sentirsi sempre più vera.
Forse.
Forse perché sono nato povero,
forse perché sono nato triste
e quest’epoca pop,
poco mi confà.
Non mi convince
questo spettacolo a colori,
quest’iperbole di merci
reiterate ovunque,
il moltiplicare sempre
senza poter togliere mai.
L’esistenza s’annuncia molteplice
e ogni artista lo sa:
con il gioco, l’eccesso e la commedia,
la vita testimonia anche la banalità.
Scrivo il tuo nome
e qualcosa risponde che sei stato
una cifra di base d’asta,
un’opera lasciata ad una piazza.
Null’altro.
Potessi con le lacrime
darti la gloria
creerei il mare,
potessi con la rabbia
darti giustizia
ferirei ogni arte.
E ora, invece, che non ascolti,
posso dirti soltanto
che ti ho voluto bene.
Di tante parole
ne son tornate tre
ed una era un’eco lontana
bisbigliata chissà quando.
Qualcuno mi dice essere i fatti a contare,
quelli sì tornano,
con gli interessi per gioire,
altre volte da pagare.
Ma quel che è impossibile
è risolvere l’equazione:
parole o fatti che siano,
il bilancio esistenziale
difetta per sorte,
s’incapriccia irrisolto.
Se dare è il bene,
non ricevere è il male.