Qualcuno mi dice che la nebbia
si fa acida e spesso confina col buio.
Per qualcuno tiene dolcezze
e assomiglia all’ovatta di un nido.
Per me resta il miracolo
di vedere attraverso un muro.
Qualcuno mi dice che la nebbia
si fa acida e spesso confina col buio.
Per qualcuno tiene dolcezze
e assomiglia all’ovatta di un nido.
Per me resta il miracolo
di vedere attraverso un muro.
Non può essere che sia il passo
a far la differenza,
che il procedere ritmato
in sé porti limpidezza,
o il silenzio la pace,
un mite fiore la dolcezza.
Siete voi, muti alberi del bosco,
voi presenza antica
e sorrisi in ombra,
siete voi alfabeto d’allegria,
il senso di ogni fibra
che riluce in me,
porto della quiete
e volo d’aquila:
siete voi il bosco della gioia!
D’improvviso,
uno schiaffo
gratta ruvido
la scorza dei pini,
la pelle
secca dei vecchi,
seduti, in
attesa, vicini
all’ombra,
alla sera.
Era un’aria
leggera dapprima
e un
fastidio crescente già ora,
da
salsedine che pizzica allegra
alla tosse
che aggrava la cura.
Si sa da
dove viene
e, meno,
dove andrà.
“Scorre –
dicono i saggi –
e con lui
la realtà”
A volte,
severo cerco il senso
alla vita
che dovrò lasciare,
molto simile
al mangiare
per poi
vomitare.
È allora
che qualcuno suggerisce
il
cioccolato fondente, la crema
e una
torta fumante.
E in quel
mentre
io comincio
a dubitare.
Se esplori a fondo l’idea
del tuo passato e del tuo futuro,
troverai nutrita la memoria,
arditi i desideri,
quel che ieri sei stato e domani sarai,
testimoni però, null’altro
di quel che, oggi, credi e senti:
l’unico presente che sei.
Le nubi non hanno le ali.
Senza sforzo, stanno leggere
tra il sole e la tempesta,
sapendo di svanire,
sapendo di rinascere
in un codice eterno.
Le nubi non hanno le ali.
Le hanno date a me
quando ho sperato d’esser cielo.
Più in là della soglia,
alle parole resta il mistero,
lo sconosciuto impero delle cose
che la poesia creativa
cerca d’intendere.
Ma altre volte, invero,
al suo dire estremo
resta ultimo il fine
di non farsi capire,
vanesia voglia d’un Io
d’esser boria sublime.
Non so perché un milione di follower
insegua un camaleonte digitale,
con la lingua lunga di chi è senza verità
e pronuncia bolle di sapone di un credo vuoto.
Per il suo trasformare il milione in miliardi,
gli umani in robot e il potere in plauso
gli diventerò ostile, sarò il suo opposto.
Pur se l’albatros caduto non ha più cieli
e sbatte contro i satelliti in volo,
il suo coraggio non è morto.
A volte, coi muscoli acidi,
il fiato corto e la mente opaca,
il filo sul traguardo
più che colto è frainteso,
più che un’epica impresa
ricorda, sporco, una ragnatela,
un ostacolo nuovo
sulla strada intrapresa.
Forse è così, senza gloria,
che svaniscono i sogni:
per distrazione, incoscienza,
per vana sorpresa.
Ma solo così
l’ironia che ci abita
sa diventare luce,
salvezza e difesa.
Dalle nubi la valle
somiglia all’acqua che esonda:
muove, corre, si snoda,
brulica e si ferma
tra case e strade,
organismo inquieto, voce
di moltitudine d’esseri
fatti uno.
Ognuno con un cuore
per sé e per gli altri,
ognuno con una croce
che non sa portare,
che non sa a chi dare
e perché.
Che chiama vita.
Come che sia che un attimo si fa acido
e un altro dopo si fa miele,
cosa che sia la vita
che scorre su di un asfalto a buche
per scivolare quieta in una sdraio al sole,
senza mai dire nulla in merito
a quest’altalena oramai ottovolante,
a questo tocco di cielo per stare nella melma.
Senza preavviso, senza timone.
E senza di me.