Tra le cose belle del mondo
preferisco quelle che ho,
che non sono tutte
e che so di perdere.
Se anche non fossero,
per questo, sarebbero.
Cose preziose.
Tra le cose belle del mondo
preferisco quelle che ho,
che non sono tutte
e che so di perdere.
Se anche non fossero,
per questo, sarebbero.
Cose preziose.
A differenza d’un libro,
quando sfogli la vita
fino all’ultima riga,
e da ingordo leggi
pure le note, i refusi,
la data di stampa,
e, ancora, riesamini il prezzo,
riguardi la dedica,
la tiratura, la carta ingiallita,
sai di una pagina dopo,
quella che il libro non ha.
Qualunque essa sia
in essa è scritto il tuo sogno.
E nessuno lo sa.
Tra sibili di missili,
brecce e spigoli di muri,
mentre il sangue
ancora coagula
e le sirene
singhiozzano a Dio,
qualcuno ancora si pettina,
un bimbo disegna il sole,
un asino porta ovunque la sorte.
S’aggrappa un ragno a un filo
dove la terra è melma
e l’ordine umano tace.
Solo più in là,
un cane latra che ha fame.
Ogni volta che una poesia
s’avvia con “ogni volta”
una parte di me si rivolta.
“Possibile – dice - che l’ovvio
prevalga sempre,
il banale galleggi ovunque
e il male fiorisca
fosca letteratura!”.
Come che sia
il naso si tura,
la fogna scorre
e le nuvole, in proprio,
stanno a distare.
Per ovvia ironia.
La notte mi regala da tempo
un millimetro di barba.
Tra un’apnea e un’altra, silente
prepara due sbadigli improvvisi,
cova, ridente,
uno sternuto d’evviva
per l’alba del mondo.
Al mattino, mi sorprendo
dei doni che ricevo:
la biologia del poco anticipa
quella larga e grassa,
grande e magnifica
Arrivò alla battigia, nervosa, sospirò,
distese le chiome, la pelle e i sogni
sulla sdraio arcobaleno
e mangiando estate e anguria,
salsedine, melone,
sorrise di nuovo amore.
“Nessuno – cantava sottovoce –
può capire la gioia
di tatuare l’anima col sole”.
La poesia scritta cogli alluci
sta vicina ai calli,
allergica a pollici e indici,
acumi accademici
e altari retorici.
Soffre forse
d’ipocrisie patetiche,
di facili critiche
ed espedienti antieroici,
ma come altre poesie
sa quanto dolore si nasconde
a piangere da soli.
E a essere ironici.
Saranno l’anticamera o il letto d’ospedale,
lo yogurt caldo di un’aria agostana,
l’eco perpetua delle cicale
o il sorriso perso d’ogni formica,
forse saranno loro a indisporre
o forse proprio non saranno.
Ma inviare tue foto a bordo piscina,
le brioches alla crema
al mio chiuso e alla mia minestrina,
non trova grazia,
non si intona alla mia vita.
Eppure, scopro io idiota,
che, oggi, posso amare gli idioti,
se gli idioti sono amici,
amici di prima.
Se mi chiedi dove alberghi la leggerezza
non ti dirò in un cranio riempito d’ovatta
o in un animo di plastica espansa:
i pensieri pesano meno, anche se gravi,
i sentimenti pure, anche se grandi.
Bisognerebbe fare amici gli uni cogli altri
e godere dell’orizzonte di entrambi:
dei voli dei primi e dei valori rimasti.
Il difficile è che bisogna averli
come difficile è coniugarli.
Ma per fallire non è mai tardi:
la leggerezza è perdonarsi.
Ora che già tutto è in gloria - mi dico -
la poesia non può esser di più:
preferisce stare di lato
con occhi d’incanto,
lo sguardo strabico,
il petto che balbetta prudente,
semplice, afono semmai
come un bimbo ottantenne.
Forse ai poeti che non sono - mi dico -
manca l’innocenza,
agli altri del sistema
la decenza.
Sui tetti, di prima mattina,
un coro d’ali presto s’intona
di gioia alla vita,
mentre qua, là,
più là ancora,
un abbaiare di cani
osanna la prima schiarita.
Tutto partecipa:
la flora batterica,
la rinite allergica,
la moltitudine d’esseri
che guida, corre, traffica,
dimenticando il sonno eterno
del nulla prima.
Qualcuno mi dice che la nebbia
si fa acida e spesso confina col buio.
Per qualcuno tiene dolcezze
e assomiglia all’ovatta di un nido.
Per me resta il miracolo
di vedere attraverso un muro.