La poesia che forma
è quella che si legge,
la poesia che serve
quella che si scrive,
la poesia più alta
quella che si smette.
Per chiamarla vita.
La poesia che forma
è quella che si legge,
la poesia che serve
quella che si scrive,
la poesia più alta
quella che si smette.
Per chiamarla vita.
Come una gioia di sole polare
la storia degli uomini:
sentirsi angeli buoni
per riscoprirsi animali.
Quando i graffi soltanto
t’accarezzano la pelle
e il tuo sorriso appare
misura del terrore,
il velo di Maya cade
e la realtà diventa quel che è.
Un amorevole orrore.
Se vuoi colorare la vita
senza i suoi colori,
evita gli indelebili,
le mezze tinte senza nome.
La gioia non abita
la vernice finale,
ma soltanto il colore
del continuo provare.
La felicità s’innamora di poco
e invano la cerchi per mare
o sulle cime dei monti.
Negli ori dei fiumi
o negli argenti di luna.
La felicità s’innamora di poco,
ma in quel poco non è piccina.
A volte basta un attimo
e una mattina…
Già compaiono in strada le maschere
e nell’aria piroettano coriandoli.
Qualcuno li fotografa cangianti
nel turbinio dei colori,
qualcun altro li ritrae nel fango,
intrisi d’acqua e appiccicosi.
Ma i coriandoli veri
si trovan solo dopo mesi:
nel risvolto che non sapevi,
nella scarpa che non mettevi.
D’improvviso,
come la vita che attendi.
C’è un tempo breve, più breve ancora,
in cui sulla battigia l’onda
non avanza, né si ritira,
un attimo eterno e sospeso
in cui l’aereo tocca terra,
la foglia lascia l’albero.
Un secondo reso un secolo
in cui il dentista esclama: “Fatto!”,
il medico: “Sei guarito!”.
C’è un tempo breve
per chiudere le palpebre,
per far nascere le lacrime,
dove un amico perso dice:
“Toh, guarda chi si vede!”
Quel tempo si chiama: “Ora!”
oppure solo: “presente”
ed in esso scopri che
non esiste il bene, non esiste il male.
È lì che il pensiero s’arrende:
la vita si colora di nulla
e si scolora di niente.
E la tenerezza che avverti
ha per nome
Pace.
L’inizio dell’ultimo giorno dell’anno
serba un tempo stonato:
l’intrigo dell’atteso futuro,
la ruggine del tempo andato,
speranza di nuovi arrivi,
rimpianto d’aver vissuto.
L’inizio dell’ultimo giorno dell’anno
è dunque un tempo senza presente:
il caffelatte che sa già di spumante,
il gusto del dolce divenuto fiele.
Il tempio dell’assente.