sabato 1 febbraio 2020

Fuori dal coro



Lamentarsi non serve. Non serve e non basta. 

                              
Eppure, mentirei se dicessi che l’isolamento fa bene. Nel mondo dell’Arte visiva attuale essere fuori dal coro non equivale a sentirsi eroi romantici: è soprattutto motivo di frustrazione, di insignificanza sociale e di povertà materiale.                                                                                Anche se qualcuno ricorda come l’insuccesso sia il destino dei più e loda la nostra società come la migliore possibile, io continuo a ripetermi che allo stato qualcosa non torna e che le recenti trasformazioni culturali comportano probabili progressi quante probabili involuzioni.

Sembra, ad esempio, che le immagini abbiano lasciato prima le gallerie e poi i cataloghi d’arte cartacei per andare ad affollare prima le TV ed ora i templi dei social e di tutti i mezzi di comunicazione digitale. E tutto sensatamente. Massima divulgazione, promozione a basso costo, vasta visibilità in tempi rapidissimi. All’artista – o chi per lui - la poca fatica di far inserire nel circuito le foto delle opere. Egli confida che le stesse possano essere ben viste, ben valutate e addirittura comprate. Ma, ovviamente, la facilità con cui l’operazione avviene e la moltitudine di accessi con minimo filtro, producono Art magazines straripanti di immagini, spesso incoerenti e confuse.

Il fruitore di queste, a rischio compulsivo, di solito dedica loro un attimo per guardarle, lasciarsi sedurre oppure passare oltre. In entrambi i casi, un’opera d’interpretazione complessa rischia di non essere considerata, ragion per cui in Internet emerge l’artista che insiste sulla percezione pura, che ostinatamente provoca lo spettatore o lo fa sorridere. Ultimamente, sempre usando le possibilità della Rete, si è posto valore anche al meme che trasforma il consenso del pubblico in arte-concetto. Così una Catena di Sant’Antonio può trasformarsi facilmente in una reliquia artistica. Ma già da tempo si conosce come uno scolabottiglie, se proposto in uno spazio autorevole, possa trasformarsi in opera d’arte. Così come si sanno già esistere una merda d’artista ed un funerale ad un vivente. Ora forse sarebbe più utile considerare cosa comporti la conseguente applicazione della proprietà commutativa, e cioè come un’opera di qualità preziosamente elaborata, immessa nel circuito dei nuovi media, così inflazionato e disaggregato, possa apparire un oggetto insignificante, addirittura non percepito. 

 Il destino ci ha avviato dunque ad una frettolosa ed anestetizzata stupidità? 

Qualcuno sottolinea che la società è questa e che l’Arte subirà la trasformazione che la selezione culturale, per moto darwiniano, attiverà. Qualcuno ribatte, a tal punto, che lo stesso processo ha portato all’estinzione dei dinosauri e potrà eliminare, per altrettanta necessità, anche l’arte dalle attività umane. Se, a posteriori, il giudizio storico provvede ad attribuire un’opportuna definizione ad ogni momento artistico, al presente l’unica prudente connotazione dell’arte sembra essere: “una reiterata, eccitata transizione…” 

Dolersi dunque non basta.

 Ma bisognerà capire – capire bene - la trasformazione o soltanto ciecamente accelerare?

 Chi si sente fuori dal coro, per condizione, tenterà di comprendere la direzione da imboccare, cercherà il dibattito, il confronto artistico e la varietà delle idee. Ma dove? 

 Nelle scuole? In galleria? Nelle fiere?
                                                                   
Anche questi contributi alla riflessione, per essere divulgati dovranno passare nel circuito della Rete o non avranno possibilità di esistere. La probabilità che qualcuno li legga con attenzione è direttamente proporzionale alla popolarità di chi li scrive e la popolarità necessità di stare nel coro del consenso.
Il cerchio si chiude e chi è o vuol stare fuori, ahimè, abita già in un angusto scantinato di lamentele.


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