La sedia di Van Gogh stava là
mentre lui la ritraeva.
L’artista non si credeva
e la sedia, invece, non capiva.
Nella strana solitudine del due
la bellezza e l’indifferenza
spesso sono una cosa sola.
La sedia di Van Gogh stava là
mentre lui la ritraeva.
L’artista non si credeva
e la sedia, invece, non capiva.
Nella strana solitudine del due
la bellezza e l’indifferenza
spesso sono una cosa sola.
Chissà quanto valga chiedersi
perché a volte le piume pungano,
il sole sorga scuro,
perché il miele degli occhi,
infine, diventi fiele!
Si sa che l’esistere procede faticoso
e che il lamento sterile
non insegna a vivere.
Per questo, volgiti a cercare
chi sa tenerti la mano,
chi conosce rimedio,
anche quando non c’è,
e ti sorride.
Son quelli gli occhi dolci,
dolci per sempre,
la cura fatta d’eterno,
per tutto e per niente.
L’amore presente.
Forse perché con gli anni
la vita diventa scivolosa
e sdrucciolevole si fa
il mondo degli uomini
o forse perché l’amore
senza più fiamma,
può soltanto raggelare,
io, temerario autodidatta,
ho tentato di pattinare.
E slittare sui crucci
non è poi così male.
Viene il mattino in cui,
togliendo le pulci alla felicità,
ti restano soltanto le pulci
e nell’animo il monito
che il bene voluto,
quando è troppo, ti rovina.
Forse è saggio sperare
che ogni giorno
nasca solita una mattina.
A volte scrivere poesie
tra schiere di professori,
eserciti di pensionati
e due lettori,
m’induce a sorridere.
Forse, meglio sarebbe
saper piangere da soli,
volare in sogni mistici,
discutere, con amici solidali,
sull’ingiustizia dei tanti mali.
Chiedendo scusa poi,
semmai, dinanzi al vizio
di qualche poesia occasionale.
Se scrivere è per sorridere,
l’ironia si fa essenziale.
Chi ti ha svuotato le tasche
non sapeva cosa cercare.
Non si è sorpreso di trovare un nome,
un dolore, una croce.
Si è stupito, piuttosto,
d’una luce che ti credeva negli occhi
e d’un sorriso vero
che t’immaginava tra le labbra.
Ogni buon ladro
non sa più riempire le tasche,
ma, se chiedi il giusto,
al posto giusto,
semplicemente lo ridà.
La poesia contemporanea è un’occasione per coltivare l’anima. Poco serve per glorificare l’Io. I suoi frutti, se sono, nutrono la propria formazione emotiva e offrono agli altri gentilezza, visione e indirizzo. Non maturano coi premi, le vendite, le pubblicazioni infinite. Per questo, per coltivare l’anima è più importante leggere libri piuttosto che scriverli, guardare al cielo più che fotografarlo, sentirsi ignoranti più che esserlo. E comunque il silenzio non nuoce.
Chi ti regala la gioia
conosce dove inciampi
e quanto l’ombra sia buia,
sa che quando reclami
l’aria può farsi sorda
e gli occhi amici distanti.
Chi ti regala la gioia
sa che puoi vivere di sole
e d’orizzonti sognati,
e che il tuo piangere
è preghiera al mondo
perché si faccia avanti.
Chi ti regala la gioia
non conosce la gioia
e, come te,
la vive quando può,
quando qualcuno la regala.
Ecco perché,
se quel qualcuno sei tu,
donare donandoti
sa d’allegria nuova.
E amare sé stessi
è vivere ancora.